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Maurizio e Roberta

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Ti amo Signore mia forza, Signore, mia roccia, sal.17 (18)
La Pace del Signore Maurizio e Roberta


Il Mattutino
di Gianfranco Ravasi

AMO E SONO AMATO

Due sono le grandi gioie della vita d'amore di un uomo: la prima quando per la prima volta può dire «amo»; l'altra ancora più grande quando può dire «sono amato». «L'inferno, signora, è non amare più».

Ha ragione il parroco di Ambricourt quando, nel famoso romanzo di Bernanos Diario di un curato di campagna, rivolge queste parole alla fredda e ipocrita contessa del paese. È in questa luce che si può pienamente sottoscrivere una delle Note azzurre, zibaldone postumo dello scrittore lombardo ottocentesco Carlo Dossi, che abbiamo proposto per la nostra meditazione domenicale. Sì, perché è proprio nei giorni di festa che vibra con maggior veemenza la solitudine: quante persone sono forse lì, davanti al telefono, e aspettano uno squillo e invece nessuno più si ricorda di loro.

È bellissimo ed esaltante il giorno in cui uno può dire a un'altra persona: «Ti amo»; ma è ancor più alta e ineffabile la gioia di sapersi amati. In ultima analisi, in questo nodo interiore è posto il cuore della fede cristiana che fa sentire al credente un Dio che ama, anche se le sue vie - come accade pure nell'amore umano - non sono quelle della logica immediata e scontata. Ma c'è un risvolto negativo che è l'altra faccia della medaglia. Lo esprimo con le parole della Filosofia di uno scrittore francese morto a Parigi nel 1929, Georges Courteline: «È duro, senza dubbio, non essere più amati quando si ama; ma è niente in confronto a essere ancora amati quando non si ama più».

È, questa, un'esperienza amara sia per chi è ancora amato e sente su di sé non più un dono ma un peso, sia per chi ama perché il suo amore è solo una fonte di sofferenza e di infelicità. D'altronde, «chiunque ha amato porta in sé una cicatrice», diceva il poeta francese De Musset.
Archivio: http://www.novena.it/mattutino/index_ravasi_mattutino.htm


BENEDETTO XVI ANGELUS
Piazza San Pietro Domenica, 27 febbraio 2011


Cari fratelli e sorelle!

Nella Liturgia odierna riecheggia una delle parole più toccanti della Sacra Scrittura. Lo Spirito Santo ce l’ha donata mediante la penna del cosiddetto “secondo Isaia”, il quale, per consolare Gerusalemme abbattuta dalle sventure, così si esprime: “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai” (Is 49,15). Questo invito alla fiducia nell’indefettibile amore di Dio viene accostato alla pagina, altrettanto suggestiva, del Vangelo di Matteo, in cui Gesù esorta i suoi discepoli a confidare nella provvidenza del Padre celeste, il quale nutre gli uccelli del cielo e veste i gigli del campo, e conosce ogni nostra necessità (cfr 6,24-34). Così si esprime il Maestro: “Non preoccupatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno”.

Di fronte alla situazione di tante persone, vicine e lontane, che vivono in miseria, questo discorso di Gesù potrebbe apparire poco realistico, se non evasivo. In realtà, il Signore vuole far capire con chiarezza che non si può servire a due padroni: Dio e la ricchezza. Chi crede in Dio, Padre pieno d’amore per i suoi figli, mette al primo posto la ricerca del suo Regno, della sua volontà. E ciò è proprio il contrario del fatalismo o di un ingenuo irenismo. La fede nella Provvidenza, infatti, non dispensa dalla faticosa lotta per una vita dignitosa, ma libera dall’affanno per le cose e dalla paura del domani. E’ chiaro che questo insegnamento di Gesù, pur rimanendo sempre vero e valido per tutti, viene praticato in modi diversi a seconda delle diverse vocazioni: un frate francescano potrà seguirlo in maniera più radicale, mentre un padre di famiglia dovrà tener conto dei propri doveri verso la moglie e i figli. In ogni caso, però, il cristiano si distingue per l’assoluta fiducia nel Padre celeste, come è stato per Gesù. E’ proprio la relazione con Dio Padre che dà senso a tutta la vita di Cristo, alle sue parole, ai suoi gesti di salvezza, fino alla sua passione, morte e risurrezione. Gesù ci ha dimostrato che cosa significa vivere con i piedi ben piantati per terra, attenti alle concrete situazioni del prossimo, e al tempo stesso tenendo sempre il cuore in Cielo, immerso nella misericordia di Dio.

Cari amici, alla luce della Parola di Dio di questa domenica, vi invito ad invocare la Vergine Maria con il titolo di Madre della divina Provvidenza. A lei affidiamo la nostra vita, il cammino della Chiesa, le vicende della storia. In particolare, invochiamo la sua intercessione perché tutti impariamo a vivere secondo uno stile più semplice e sobrio, nella quotidiana operosità e nel rispetto del creato, che Dio ha affidato alla nostra custodia.



LUNEDÌ 28 Febbraio 2011
Vangelo secondo Marco (10,17-27)


Mentre usciva per mettersi in viaggio, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: "Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?". Gesù gli disse: "Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre".
Egli allora gli disse: "Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza". Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: "Una cosa sola ti manca: và, vendi quello che hai e dàllo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi". Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni.
Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: "Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!". I discepoli rimasero stupefatti a queste sue parole; ma Gesù riprese: "Figlioli, com'è difficile entrare nel regno di Dio! E' più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio". Essi, ancora più sbigottiti, dicevano tra loro: "E chi mai si può salvare?". Ma Gesù, guardandoli, disse: "Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio! Perché tutto è possibile presso Dio".

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http://www.novena.it/vangelo_commento/vangelo_febbraio_2011/febbraio28.htm
Per Riflettere

Siamo consapevoli che per noi, come per il giovane ricco, talvolta nemmeno l'amore di Dio è sufficiente?


Padri della Chiesa


 
Cristo ci ha portato la libertà


Gli uomini conoscevano Dio, ma « non gli hanno dato gloria come alloro creatore» (Rm 1,21) a causa della loro follia che impedì loro di comprendere la sua sapienza.

Siamo diventati stolti e per la nostra follia abbiamo compiuto ogni genere di male e Cristo si è rivestito di stoltezza per renderci sapienti mediante la sua stoltezza.

Siamo diventati poveri e a motivo della nostra povertà avevamo perduto ogni forza; per questo egli si fece povero per arricchirci di ogni sapienza e intelligenza mediante la sua povertà.

Non solo, prese anche la forma della nostra debolezza per confortarci con la sua debolezza. E « si è fatto obbediente al Padre in ogni cosa fino alla morte e alla morte di croce» (Fil 2,8) per dare a noi tutti la risurrezione, mediante la sua morte e per sconfiggere chi aveva potere sulla morte, cioè il diavolo.

Se veramente accoglieremo la libertà che ci ha portato con la sua venuta, saremo riconosciuti discepoli di Gesù e in lui riceveremo l’eredità divina.


Antonio abate, Lettera 5,3
Archivio: http://www.novena.it/il_punto/padri_della_chiesa.htm



Preghiamo Insieme

I. Signore, Padre santo,
tu solo sei buono,
tu solo non sai né puoi dire male dell’uomo,
fatto a tua immagine e somiglianza.

Tu, la cui Parola è creatrice
e il cui Spirito è soffio di vita,
che in Gesù ci hai benedetto con ogni benedizione spirituale,
dammi, ti supplico,
la grazia di benedire sempre il tuo Nome
e di dire bene degli uomini, miei fratelli,
per essere veramente tuo figlio.

Allontana da me la mormorazione,
ruscello di fango e di acque corrotte,
la maldicenza,
che, dicendo il male, lo dilata,
la calunnia,
che perverte e uccide.

II. Signore, origine della Verità
e sorgente dell’Amore,
ascoltami, ti prego:
per tua misericordia,
allontana da me la menzogna
e liberami da ogni sentimento di discordia;
per tua grazia,
dirigi i miei passi sulla via della Verità
e concedimi la Sapienza mite e pura;
per tuo dono,
introducimi nella cella dell’eterno Amore,
perché di superna carità io viva
e, solo amando, si consumi la mia vita.

Amen.

Norbertus, Episcopus Illicitanus,Sec. XII


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